I PFAS sono composti chimici altamente fluorati prodotti dall’uomo e caratterizzati da una struttura chimica molto stabile, che li rende particolarmente resistenti ai processi di degradazione.

Proprio grazie a questa caratteristica, sono stati utilizzati fin dagli anni ‘50 in molti settori industriali, come quello conciario, della produzione di carta e di contenitori per uso alimentare, per i rivestimenti antiaderenti delle pentole, come impermeabilizzanti nella produzione di abbigliamento tecnico, per la produzione di pellicole fotografiche, nelle schiume antincendio, nei detergenti per la casa ecc.

A causa di questa vasta diffusione e della loro capacità di non degradarsi, queste sostanze si accumulano nell’ambiente e ne diventano inquinanti, costituendo inoltre un potenziale rischio per la salute umana.

Essendo oggetto di studio relativamente recente nonché fonte di preoccupazione da parte delle autorità europee e nazionali, sono in corso tavoli di studio sia presso l’EFSA (European Food Security Agency) che presso l’ISS (Istituto Superiore di Sanità).

Per quanto riguarda la loro presenza nelle acque, i PFAS sono stati introdotti nell’elenco delle sostanze da ricercare dalla Direttiva UE 2020/2184, recepita in Italia dal D.Lgs. 18/2023, che prevede l’applicazione del limite di parametro di 0.1 microgrammi/litro a partire dal gennaio 2026.

Nelle acque potabili reggiane, il controllo dei PFAS è svolto già a partire dal 2017 da Arca in qualità di gestore del Servizio Idrico Integrato e, a partire dal 2021, anche da Ausl, in luce delle sue funzioni di controllo. Entrambi i soggetti non hanno mai rilevato nelle acque reggiane parametri di PFAS superiori al limite di legge che entrerà in vigore nel 2026.